Chiesa della Madonna dell’Umiltà Nepi
Chiesa della Madonna dell’Umiltà è situata in località Umiltà, sulla via amerina, strada costruita nel 241-240 a.C., durante l’espansionismo romano, la quale partiva da Veio e, passando per Nepi, arrivava fino ad Amelia. Del percorso si possono ancora notare alcuni tratti scoperti del basolato di selce basaltica o di trachite.
Il complesso di Santa Maria dell’Umiltà apparteneva alla parrocchia della basilica concattedrale di Santa Maria Assunta e Sant’Anastasia (duomo di Nepi), come descrive una nota della visita apostolica del 1574. Era consacrata alla Madonna dell’Umiltà, tema iconografico mariano in uso dall’inizio del XIV secolo, che mostrava la Vergine seduta in terra col Bambino, simbolo di religioso scelto dagli ordini mendicanti che la volevano umile e al livello della gente.
Era la chiesa principale del complesso abitativo noto come Casale Umiltà. Risalente agli inizi del XIV secolo è ormai ridotta ad un rudere. Le pareti della chiesa erano ornate di dipinti non disprezzabili, raffiguranti la vita della Madonna. Al suo interno sono ancora contenuti alcuni affreschi in avanzato stato di degrado.

La chiesa e gli edifici adiacenti sono visibili dalla strada Selciatella, all’incrocio con via di Ronci, dopo Ponte Nepesino. Il primo documento rintracciato risale al 2 maggio 1491 in un testamento di Rense Pauli Salomonis di Nepi, che attesta un lascito alla chiesa non avendo più eredi. Altri documenti di quel periodo, dimostrano che anche molti altri nepesini contribuivano con offerte e donazioni alla sua manutenzione. In un atto del 30 settembre del 1552 risulta che pastori e mandriani della zona circostante abbatterono le porte dei locali, della chiesa e i loro annessi, e li adibirono a ricovero notturno e come stalle per le loro bestie, bruciando i mobili e infissi lignei per riscaldarsi. Non si sa da quando e perché sia stata abbandonata. Ormai come chiesa è da considerarsi degradata e perduta. Al suo interno possiamo ancora notare le grandi volte che sorreggevano il soffitto della navata centrale, chiuse in epoche remote per delimitare i vari spazi adibiti a locali separati.

Sulla parete in fondo l’abside, costruito su un blocco di tufo preesistente, dove era situato l’altare.
Sono ancora visibili sulla parete alcuni dipinti raffiguranti i resti di un affresco della Madonna dell’Umiltà e sulla parte destra un Cristo con alla base della croce un paesaggio della zona circostante. 
Nella parte laterale sinistra della chiesa, scavata nel tufo, è visibile una stanza ex magazzino adibita a stalla. 

Nella stanza dietro la chiesa, notiamo la sacrestia, ormai completamente senza tetto. 
Nella parte superiore dello stabile è possibile osservare i resti di una scala che portava ai piani superiori di cui possiamo ancora vedere i lineamenti e la disposizione.
Infine vanno fatti alcuni appunti sulla situazione conservativa degli edifici. Un esame del degrado ha messo in luce le urgenti necessità di intervento quasi impossibile per salvare la struttura. Essa denuncia numerose lesioni, conseguenti dall’assenza di copertura. Tra breve, se non verranno realizzati dei collegamenti orizzontali tra i muri ed effettuate delle opere di consolidamento degli stessi, dovremo assistere d’ennesimo crollo di una testimonianza storica della Tuscia. Altro problema, dai più considerato marginale, o peggio pittoresco, è quello dell’invasione di piante, che con il loro apparato radicale stanno disgregando lentamente i blocchi di tufo e la volta del primo piano. La chiesa mostra una condizione manutentiva delle strutture precarie con condizioni della rimanenza della copertura pericolante. Inoltre l’aggressione dei rampicanti ha prodotto i suoi effetti rovinosi. Quindi almeno l’affresco rimanente ha bisogno di essere salvato dal degrado fisico con un intervento urgente, che permetta a questo importante documento storico e artistico di essere in futuro ancora ammirato per quello che è, se non per quello che è stato.
Palazzini Pietro
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